sabato 28 maggio 2016

Gli equivoci tutti "umani": aggressività, gerarchia, dominanza e obbedienza

Il cane suscita in noi emozioni come tenerezza, fascino, affetto, tuttavia ad alcune persone i cani fanno paura. Li chiamiamo "cani aggressivi", quando all'improvviso mordono e perciò sono puniti o considerati malati e pazzi o, nei termini della psichiatria veterinaria moderna, "sociopatici". Ma come stanno davvero le cose? L'aggressività di alcuni cani è una delle questioni su cui esistono più equivoci, dovuti soprattutto all'ignoranza di quella che è la vera natura del cane e delle caratteristiche delle razze che noi stessi abbiamo selezionato nel corso dei secoli. Non ce ne rendiamo conto, ma i cani di oggi sono in gran parte un prodotto artificiale: abbiamo manipolato la natura producendo razze con caratteristiche particolari rispetto alla forza fisica, all'aspetto, alla forma, e con capacità speciali. Il cane resta un animale, resta parte della natura, ma è anche l'unica specie che è stata modificata a livello profondo per rispondere alle nostre esigenze: non è un animale domestico come altri, è un vero e proprio membro della famiglia umana. La stretta convivenza ha portato i cani a somigliare a noi per molti aspetti, per il fenomeno della risonanza emotiva e per meccanismi di osmosi culturale. I cani hanno dovuto adattarsi a molte nostre caratteristiche e stili di vita, a cominciare dalla cura del gregge, che ha sostituito la caccia propria dei lupi, fino alla vita in città, al chiuso, che ha sostituito la vita all'aperto; il cane si è adattato a noi e si è trasformato profondamente. Per il modo in cui lo abbiamo letteralmente plasmato attraverso gli incroci, per la forzatura a vivere in contesti per lui non naturali e l'addestramento per svolgere compiti precisi, non siamo più in grado di capirlo come animale e ora è necessario studiarlo di nuovo. Lo studio deve essere approfondito perché si possa distinguere fra le caratteristiche di specie e quelle delle razze che sono state selezionate, fra queste ultime e il carattere individuale, e inoltre per distinguere fra ciò che il cane fa per sua natura e ciò che fa per imposto, richiesto e insegnato da noi. Questo è il lavoro del cinogogo, che ha il compito di favorire una migliore comprensione del cane e la sua convivenza con l'essere umano, educandoli entrambi con l'obiettivo di far emergere le caratteristiche migliori e le potenzialità positive di questa coppia di esseri viventi diversi che da millenni ormai hanno scelto di vivere insieme.
Ad esempio, nel cane l'aggressività – che preferisco definire ostilità, onde evitare che il termine rimandi immediatamente alla patologia – non è un tratto naturale, ma un prodotto delle condizioni in cui gli esseri umani lo obbligano a vivere: scarse relazioni fra cani e quindi apprendimento inadeguato, abbandono a solitudine, traumi, spazi inadeguati per muoversi e per interagire con altri cani.
Un altro equivoco è quello della gerarchia: il cane non ha una gerarchia come la intendiamo noi. Neppure i loro antenati lupi, che dapprima furono studiati in cattività generando l'equivoco, ne hanno una: studiati in libertà hanno mostrato che nei branchi non esiste una gerarchia rigida, simile a quella degli eserciti o delle organizzazioni umane piramidali: nel branco di lupi, un po' come nelle tribù dei popoli nativi tradizionali, non esiste un capo unico come lo intendiamo noi. Al contrario, "comanda" la comunità, o meglio, la guida è data dall'esempio di chi, di volta in volta, di fronte a un problema o a un bisogno specifico, è il più abile a risolverlo o a soddisfarlo: ad esempio nell'educazione e nella cura guidano le femmine, nella caccia e nella lotta i giovani, nel dirimere le liti gli anziani.
Dunque quello del cane "dominante" e della "gerarchia" che esisterebbe e andrebbe fatta rispettare fra cani, è uno dei maggiori ostacoli alla comprensione della vera natura del cane e del nostro rapporto con lui. È la classica "proiezione mentale", il pregiudizio con cui è stato interpretato qualcosa che in realtà non si conosce bene: un aspetto tipico degli esseri umani che si presume debba essere tale anche nei cani. Invece le "gerarchie" fra cani sono d'altro genere, e non c'è un cane più forte che si impone al più debole. Grandi e potenti cagnoni si arrendono a pancia all'aria a cucciolini ringhiosi e sfrontati, per giocare. Forse ci vergogniamo ad ammetterlo, ma la scala di valori dei cani sembra più "intelligente" della nostra: il più forte fisicamente sa di esserlo, si frena, rispetta e incoraggia l'esigenza del più piccolo di "farsi le ossa", senza sentirsi messo in discussione nella sua maggiore prestanza, e anzi la sicurezza di non aver bisogno di ostentare la propria potenza pare assai migliore della debolezza umana che porta a esibizionismo e prevaricazione. 
Il cane possiede un'intelligenza che naturale che per certi aspetti è superiore alla nostra, come accade ad esempio nel gestire l'ostilità. Siamo noi a rendere i cani nevrotici e rissosi, perché non ci lasciamo spazio per esprimersi e confrontarsi, soprattutto in città (gli spazi per i cani ai giardinetti sono troppo piccoli!), li teniamo a lungo isolati gli uni dagli altri senza farli incontrare, e così inevitabilmente alla prima occasione fanno scintille o manifestano ostilità verso gli esseri umani. Ma questo succede solo a causa nostra, e prima di dargli sedativi o psicofarmaci, o di cercare di calmarli con la castrazione (che sono rimedi estremi a situazioni estreme) proviamo a comprendere che cosa vuole comunicare il loro comportamento, quale disagio o sofferenza ci segnala, e soprattutto tentiamo di modificare la nostra relazione con loro.
Un altro equivoco è quello dell'obbedienza. Nella sua grande intelligenza e sensibilità, il cane risponde alle nostre richieste per compiacerci, se riusciamo a farci capire, ma non lo fa per obbedienza. Non è scritto da nessuna parte che debba obbedirci facendo esattamente quello che gli chiediamo, magari dicendoglielo a voce, parlando. Perché mai dovrebbe? Come se, parlando in cinese, qualcuno ci ordinasse di sederci senza farci vedere a gesti che cosa davvero vuole, magari mentre stiamo correndo in tutt'altra direzione: sarebbe naturale non capire, e lo guarderemmo perplessi, lui si arrabbierebbe, ci picchierebbe o ci chiuderebbe in una stanza. Esattamente come molto spesso noi esseri umani ci comportiamo con i cani.
Dobbiamo cercare di comprendere meglio che cosa sono le emozioni, le nostre e quelle del cane, perché ci sentiamo in crisi se il nostro cane non ci obbedisce, perché ci sentiamo esclusi e non considerati se non ci ascolta, perché sentiamo sminuita la nostra persona se non vince una gara o non "domina" un altro cane. Queste incomprensioni possono minare la relazione che abbiamo con loro, e non serve a niente considerare "pazzi" i cani disobbedienti o litigiosi e renderli pazienti psichiatrici o imbottirli di farmaci. Bisogna invece fare un lavoro diverso, andando alla radice di quella che è la nostra principale barriera al "sentire da cane": re-imparare l'empatia, tornare a sentirsi tutt'uno con la vita e con i nostri compagni animali, con le emozioni che esprimono, ricominciare a giocare con loro per piacere di farlo e fargli sentire quanto ne siamo felici.

Aldo La Spina

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